Transizione di genere

Cos’è la transizione di genere: definizioni, percorsi e l’iter in Italia

L’evoluzione della definizione nel DSM: dalla patologizzazione alla depatologizzazione

Per comprendere appieno il significato attuale di transizione di genere, è fondamentale analizzare come la comunità scientifica internazionale abbia modificato nel tempo la definizione clinica di questa realtà. Il cambiamento principale è tracciabile attraverso le diverse edizioni del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali utilizzato da psicologi e psichiatri in tutto il mondo.

Questo passaggio storico rappresenta una vera e propria rivoluzione concettuale: si è passati dal considerare l’identità transgenere come una malattia mentale intrinseca (patologizzazione) al riconoscerla come una variazione naturale dell’esperienza umana, focalizzando l’attenzione clinica solo sulla sofferenza psicologica eventualmente associata (depatologizzazione).

Le tappe storiche del manuale

L’approccio clinico ha subìto modifiche radicali nel corso degli ultimi decenni, evolvendo attraverso tre tappe principali:

  • DSM-III (1980): il “Disturbo dell’Identità di Genere” In questa edizione viene introdotta per la prima volta una categoria formale: il Transessualismo (per gli adulti) e il Disturbo dell’Identità di Genere (DIG). La classificazione si focalizzava sulla non conformità come una patologia psichiatrica in sé. L’assunto di base era che la mancata corrispondenza tra sesso biologico e identità fosse un disturbo della mente da diagnosticare.

  • DSM-IV (1994): il consolidamento del DIG Il termine transessualismo viene rimosso, e la diagnosi viene unificata sotto l’etichetta di Disturbo dell’Identità di Genere. Sebbene i criteri venissero parzialmente rifiniti, l’impianto rimaneva fortemente patologizzante: l’accento era posto sulla “fortezza e persistenza dell’identificazione con il genere opposto”, mantenendo l’intera esperienza trans all’interno dei disturbi dell’identità.

  • DSM-5 (2013): la svolta della “Disforia di Genere” La pubblicazione del DSM-5 segna un cambio di paradigma cruciale. Il termine “disturbo” viene ufficialmente eliminato e sostituito con Disforia di Genere. Questo spostamento linguistico e concettuale chiarisce che l’identità transgenere non è una malattia mentale. La diagnosi si concentra esclusivamente sullo stato di profonda sofferenza, disagio o compromissione funzionale che la persona può sperimentare a causa dell’incongruenza tra il proprio genere percepito e il sesso assegnato alla nascita.

Il principio clinico attuale: Se una persona transgenere o non binaria vive in un ambiente accogliente, sperimenta un buon supporto sociale e raggiunge un benessere con il proprio corpo (anche tramite la transizione), la disforia di genere può azzerarsi. L’identità trans, di per sé, non è un disturbo; la disforia è la sofferenza clinica che può derivare dalla mancanza di allineamento e dal rifiuto sociale.

Questo percorso di depatologizzazione è stato ulteriormente confermato a livello globale dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) nell’ICD-11 (entrato in vigore nel 2022), dove l’etichetta di disturbo mentale è stata definitivamente cancellata, spostando la voce sotto la dicitura di “incongruenza di genere” all’interno di un capitolo dedicato alla salute sessuale.

Cos’è la transizione di genere: definizioni, percorsi e l’iter in Italia

La comprensione dell’identità di genere richiede una precisione terminologica che rispetti la pluralità delle esperienze umane. All’interno del panorama della varianza di genere, esistono distinzioni fondamentali tra le diverse identità e, di conseguenza, tra le modalità con cui le persone scelgono di vivere il proprio percorso di affermazione.

La transizione di genere è il processo attraverso il quale una persona modifica la propria espressione di genere, il proprio ruolo sociale o le proprie caratteristiche del corpo per allinearle alla propria identità di genere interiore. Non si tratta di un percorso unico o rigido; ogni traiettoria è caratterizzata da una profonda specificità e personalizzazione, guidata unicamente dai bisogni e dagli obiettivi di benessere psicofisico della persona.

Identità di genere: le distinzioni fondamentali

Per comprendere la transizione, è necessario mappare correttamente le diverse identità che si collocano al di fuori della concordanza con il sesso biologico assegnato alla nascita:

  • Transgenere (o transgender): definisce le persone la cui identità di genere non corrisponde al sesso biologico assegnato alla nascita. Una persona transgenere sperimenta generalmente un’identità di genere binaria (uomo o donna) opposta rispetto a quella biologica. Nelle transizioni binarie si utilizzano acronimi specifici per indicare la direzione del percorso:

    • MtF (Male to Female – Da maschio a femmina): indica le donne transgenere.

    • FtM (Female to Male – Da femmina a maschio): indica gli uomini transgenere.

 

Incongruenza di genere e condizioni intersessuali (DSD): È fondamentale distinguere l’identità transgenere dalle variazioni congenite dello sviluppo sessuale, storicamente definite “ermafroditismo” e oggi clinicamente classificate come Intersessualità o DSD (Differences/Disorders of Sex Development). Queste condizioni cliniche includono anomalie cromosomiche, gonadiche o anatomiche (come la sindrome di Klinefelter, la sindrome di Turner, l’iperplasia surrenale congenita o la sindrome di insensibilità agli androgeni) per cui i caratteri sessuali biologici non corrispondono alle tipiche definizioni di maschio o femmina. In questi quadri clinici, l’assegnazione del genere alla nascita può risultare errata o ambigua a causa della complessità del fenotipo anatomico, richiedendo un approccio clinico, endocrinologico e psicologico specifico e differenziato rispetto al percorso transgenere.

Le tre dimensioni della transizione

Il percorso di affermazione di genere non è lineare e può includere diverse aree di intervento, combinabili tra loro in base alle esigenze del singolo individuo:

  • Transizione sociale: comporta il cambio di nome (nome di elezione), dei pronomi, del taglio di capelli, dell’abbigliamento e l’outing nei contesti relazionali, lavorativi o di studio.

  • Transizione medica: prevede trattamenti ormonali (TOS – terapia ormonale sostitutiva) ed eventuali interventi chirurgici di affermazione di genere.

  • Transizione legale: consiste nella modifica ufficiale del nome e del genere sui documenti d’identità (carta d’identità, codice fiscale, titoli di studio).

La transizione oltre la chirurgia: una scelta non obbligata

Un aspetto centrale da evidenziare è che la transizione non corrisponde necessariamente alla correzione chirurgica. Quest’ultima rappresenta solo un’opzione possibile, e non il fine ultimo o obbligatorio per convalidare l’identità di una persona.

Le ragioni per cui una transizione può non includere la chirurgia sono molteplici: molte persone raggiungono il pieno benessere psicofisico unicamente attraverso la terapia ormonale sostitutiva (TOS); altre non sperimentano disforia genitale; altre ancora escludono la chirurgia per motivi di salute o scelte personali.

Come sancito dalla giurisprudenza italiana (Corte costituzionale, sentenza n. 221 del 2015), il diritto all’identità di genere e alla rettifica dei documenti è indipendente dall’esecuzione di interventi chirurgici di modificazione primaria.

I passi da percorrere: l’iter in Italia

Il percorso normato in Italia segue una serie di step definiti, che richiedono il supporto di figure professionali specifiche:

1. Supporto psicologico e diagnosi

Il primo passo formale consiste in un percorso psicologico o psichiatrico presso una struttura pubblica (consultori, centri specializzati universitari) o professionisti privati (solo se in rete con endocrinologi o servizi pubblici deputati e specializzati). L’obiettivo è esplorare il vissuto della persona e rilasciare una relazione clinica che attesti l’incongruenza o la disforia di genere, necessaria per accedere alle cure mediche e ai successivi passaggi legali.

2. La terapia ormonale sostitutiva (TOS)

Con la relazione del professionista della salute mentale, la persona si rivolge a un medico endocrinologo. Dopo gli esami clinici di screening, viene prescritta la terapia ormonale, che induce lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari del genere di elezione. I farmaci per la TOS sono inseriti in fascia A (gratuiti) se prescritti da centri specialistici autorizzati.

3. L’iter legale per il cambio dei documenti

Per modificare i documenti anagrafici è necessario depositare un ricorso presso il tribunale ordinario della propria zona di residenza. Il tribunale valuta la stabilità e l’irreversibilità del percorso identitario basandosi sulle relazioni psicologiche ed endocrinologiche, senza l’obbligo di interventi chirurgici preventivi.

4. Gli interventi chirurgici (opzionali)

Se la persona desidera sottoporsi a interventi chirurgici di affermazione di genere (come la chirurgia toracica o la riassegnazione chirurgica del sesso), deve richiederne l’autorizzazione al tribunale, spesso contestualmente alla richiesta di cambio anagrafico. Una volta ottenuta la sentenza favorevole, le operazioni possono essere eseguite all’interno del Servizio sanitario nazionale (SSN).

Identità di genere e orientamento sessuale: dimensioni indipendenti

Un errore comune nella comprensione della varianza di genere consiste nel confondere l’identità di genere con l’orientamento sessuale (o gusti sessuali). Si tratta di due dimensioni psicologiche e relazionali distinte e indipendenti:

  • L’identità di genere risponde alla domanda: “Chi sono?” (Il senso profondo di appartenenza a un genere).

  • L’orientamento sessuale risponde alla domanda: “Da chi sono attratto?” (La direzione dell’interesse affettivo e sessuale verso l’esterno).

La transizione di genere non determina, non modifica e non corregge l’orientamento sessuale di un individuo. Una persona può non sentirsi in linea con il sesso assegnato alla nascita ma, indipendentemente da questo, manifestare qualsiasi tipo di orientamento sessuale (eterosessuale, omosessuale, bisessuale, pansessuale o asessuale). Le definizioni dell’orientamento si basano sempre sul genere di arrivo (l’identità affermata): un uomo transgenere (FtM) attratto dalle donne è un uomo eterosessuale; una donna transgenere (MtF) attratta dalle donne è una donna omosessuale (lesbica).

La transizione, pertanto, si configura come un percorso di autodeterminazione volto ad allineare il corpo e la presentazione sociale alla propria mente, lasciando del tutto intatta l’indipendenza del proprio orientamento affettivo e relazionale.

Bibliografia

  • American Psychiatric Association (1980). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (3rd ed.). Washington, DC.

  • American Psychiatric Association (1994). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (4th ed.). Washington, DC.

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed.). Arlington, VA.

  • Corte costituzionale italiana (2015). Sentenza n. 221/2015.

  • Dhejne, C., Van Vlerken, R., Heylens, G., & Arcelus, J. (2016). Mental health and gender dysphoria: A review of the literature. International Review of Psychiatry, 28(1), 44-57.

  • Determinazione AIFA n. 861/2020 (2020). Inserimento del medicinale per la terapia ormonale sostitutiva nel percorso di affermazione di genere nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale. Gazzetta Ufficiale.

  • World Health Organization (2019). International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (11th ed.).

 

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